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Accogliere, proteggere, promuovere, integrare. E' questa l'eredita di Papa francesco.

2025-06-08 04:00

Redazione

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Accogliere, proteggere, promuovere, integrare. E' questa l'eredita di Papa francesco.

Sino alle 23 di domanii si vots

La scheda gialla di questo referndum riguarda la cittadinanza: perché uno straniero possa chiedere di diventare cittadino italiano dopo 5 anni di residenza nel nostro Paese anziché dopo 10 come succede adesso.

 

Perché l’esito del referendum sia valido occorre che esprimano il loro voto almeno il 50% più 1 degli aventi diritto: un limite quasi certamente irragiungibile, per due ragioni

 

a) a votare gli italiani vanno sempre meno inarrestabilmente (una catastrofe per la democrazia che si basa propio sul voto popolare)

 

b) l'indegno  invito delle più alte cariche dello stato (fatta esclusione per Mattarella) a boicottare il voto.

 

Le migrazioni vanno regolate, questo è certo, perché in ogni caso non si fermeranno. 

 

Ma farne una bandiera della paura per lucrare in voti è un'azione tanto diffua quanto ottusa.

 

Qu sotto riportiamo in stralcio un'intervista di Avvenire a Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana.

 

Fari dell’organismo pastorale della Cei sono i quattro verbi di papa Francesco per i migranti: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. 

 

Cosa pensa del referendum che vuole in sostanza dimezzare i 10 anni previsti dalla legge del 1992 per ottenere la cittadinanza?
È un’iniziativa cui guardiamo con favore perché rappresenta una misura necessaria per stare al passo coi tempi. L’Italia del 2025 non è quella del 1992, il fenomeno migratorio è cambiato. Se trent’anni fa si pensava a un’immigrazione temporanea, oggi parliamo di persone che vivono stabilmente tra noi, lavorano, pagano le tasse, crescono i figli, mettono radici. Oltre cinque milioni di stranieri sono parte del nostro tessuto sociale. Più di un milione sono minori, molti dei quali nati in Italia. Ma per la legge restano stranieri, come se la loro appartenenza fosse sospesa. La Caritas ogni giorno incontra volti, nomi, storie. Persone che vivono un’integrazione di fatto che attraversa le relazioni e si nutre del desiderio di partecipazione. Non riconoscerlo significa alimentare l’esclusione e trasmettere un messaggio pericoloso: “Tu non appartieni”. È una ferita per loro e per noi perché mina coesione e fiducia reciproca. Nel Deuteronomio (10,19), Dio ricorda al popolo d’Israele: «Amate dunque il forestiero poiché anche voi foste forestieri nel paese d'Egitto». Invito che vale anche per noi. Come comunità cristiana siamo chiamati a generare un futuro di speranza in cui nessuno si senta invisibile.

(...)

Con un tempo più breve di acquisizione della cittadinanza e una maggiore integrazione quali cambiamenti sociali prevedete?
La cittadinanza contribuirebbe a superare discriminazioni e barriere culturali facilitando l’integrazione nei quartieri, nelle scuole, nei luoghi di lavoro. Riconoscerla alle persone che vivono e lavorano nei nostri territori da un ragionevole periodo di tempo, come sono i cinque anni di residenza continuativa e regolare previsti dal referendum, sarebbe un atto di giustizia verso chi contribuisce al bene comune. Molti lavorano, pagano le tasse, si prendono cura degli anziani, partecipano alla vita comunitaria, ma non hanno pieno accesso ai diritti civili e politici, sono esclusi dalle misure di welfare e discriminati. La cittadinanza garantirebbe piena uguaglianza di diritti ai loro figli nati o cresciuti in Italia con un impatto diretto sull’accesso all’università, ai concorsi pubblici, alle borse di studio e quindi alla mobilità sociale. Ne beneficerebbe la coesione sociale in quei contesti educativi in cui interagiscono i minori, la scuola in primis. In fondo, ciò che si propone è una trasformazione del nostro sguardo: da “ospiti” a membri attivi di una comunità. È lo stile della fraternità evangelica.

(...)

In questo modo, sostengono i contrari al referendum, si svende la cittadinanza italiana. Ma qual è il significato di questo concetto oggi?
Parlare di cittadinanza con la stessa accezione di inizio ‘900 significa non essere immersi nel nostro tempo. Ci troviamo in un mondo profondamente interconnesso e anche gli stili di vita hanno abbattuto molte barriere che un tempo definivano le appartenenze. La cittadinanza non può più basarsi solo sulla difesa dei confini o su una visione chiusa e identitaria. Dobbiamo scommettere sull’incontro, sul dialogo, sulla capacità di costruire inclusione, mediare conflitti e riconoscere nell’altro un valore. Essere cittadini oggi significa riconoscere l’altro come parte del proprio destino e partecipare al bene comune con spirito di servizio. Vale anche per chi, nato altrove, ha scelto di vivere tra noi, lavorare, educare i figli, costruire legami.

 

In Italia continuiamo a concedere la cittadinanza per ius sanguinis, in modo restrittivo in un Paese in crisi demografica. Questo ha ancora senso?
Sicuramente è necessario intervenire per aggiornare la legge rendendola più giusta e aderente ai tempi. Questo ampliamento potrebbe rappresentare anche una risposta concreta alla crisi demografica. Lo ius sanguinis è stato finora il criterio dominante, ma non sempre ha rispecchiato la reale partecipazione delle persone alla comunità. Ed è su questa, invece, che dobbiamo puntare. Anche dal punto di vista cristiano, non è il sangue che affratella, ma l’amore condiviso, il cammino vissuto insieme. Gesù stesso lo dice nel Vangelo: «Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre» (Mt 12,50). La cittadinanza è e deve restare un concetto ampio, ma lo squilibrio attuale tra criteri di accesso è evidente e non rispecchia la realtà .

(...)

 

 

L'ntero articolo di Avvenire potete leggerlo qui 

 

 

Qui sotto Don Marco Pagniello 

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